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DA QUANTO

Risultati immagini per mi stringo a me stessaDa quant'è che non mi sento così
forse un'ora o forse un anno
sembra ieri, adesso.
Non mi muovo
passi cauti
vacillo, guardo il vuoto, mi stringo
vorrei buttare l'angoscia
giù, dove tutto è lontano.

ARIA

Aria
densa, pesa
respiro, scavo
precipito
sui rami ho lasciato le mani
i graffi, le unghie
striscio
giù, in fondo
la terra sul viso
polvere e vento
è grigio quaggiù.
Aria

LABIRINTO


Cammino sola per strade di sabbia.
Il vento soffia forte sui miei pensieri.
Unico è questo passo fatto di piedi appoggiati e pesanti. Strisciano, disegnano vie parallele, perché sia dritta la strada, sempre. Ma non è così; non lo è mai.
Ho una spugna in mezzo al petto e non la posso strizzare. Fradicia e pesante, bagna il mio ventre d'argilla che non vuole riempirsi. Lento si sbriciola. Fermo si sgretola.
Ferma, resto ferma e insieme vago. Alberi sulle spalle: hanno radici contorte e avvinghiate. Ben saldi si nutrono di speranze e di sogni, li fanno evaporare nelle loro chiome arruffate, ricce, capricciose.
Vago e cerco mani grandi che trattengano il respiro migliore di oggi. Cerco di ricordare i sogni della notte, ma il mio sonno è eterno. C'è attesa nel risveglio fatto di occhi gonfi e impronte sui muri.

GHIACCIO

Chiamami
portami con te
sono acqua di pioggia.
Frano
franano le forze
sciolgo parole e nomi
si spoglia una frase
di me e degli abissi
nel ghiaccio di un momento
nel fondo d'un bicchiere.

TRECENTO ORE FA


Di nuovo un sottile tormento: rimpasto di immagini, ricerca di pezzi, ricordi rotti come pane secco. Ed io a raccogliere briciole, sul pavimento che è un tutt'uno con loro. 
Fatico a distinguerle, mi chino, più vicino al freddo che rimanda. Ci appiccico l’orecchio in cerca d’un’eco che mi trapassi, da parte a parte, rompendo i pensieri pesanti, aprendo ali nella testa che pulsa.
Non più di trecento ore fa mi guardavi da un piano più sotto e spesso leggevi di me, in cerca di te.
Trecento ore fa gustavo i risvegli, cantavo guidando. Ogni pensiero era il tuo, senza pieghe, senza pioggia.

ASFALTO

Mi amareggi per come sei
non hai riguardo di quel che è stato
riduci in briciole l'immagine che ho di te.

Non hai compreso allora
non comprenderai adesso
quando mi uccidevo piano
quando mi schiantavo 
lungo la strada alberata
dentro l'acqua d'un fosso.

Mi amareggi per come sei
passi oltre le foglie gialle sulla strada
asfalti i fiori vivi del mio giardino
senza frenare
senza guardare.

VUOTO A PERDERE

Sono la terra che calpesti
perché schiacciarmi ti serve.
I tuoi occhi non hanno più
lo sguardo di Dio.
Sono polvere sul tavolo
da togliere col panno della salvezza
e cocci sul pavimento
da far raccogliere ad altri.
Troppo disturbo
le crepe annerite
muffa molesta si insinua
di continuo.
Aspirami,
toglimi da questi pertugi angusti
e poi dimenticami
nel sacco nero dell'indifferenziata.
Sono questo:
vuoto a perdere.

RICCIO

Strade battute senza senso
direzioni distorte e nausea.
Ciò che disprezzavi ti è piacevole ora!
Mondo al contrario
e le ossa si spezzano
cigolii dalla soglia di casa
e rientro nella stanza
fra lo stomaco e il cuore.

MIGRAZIONE

Immobile,
nel mio polmone d'acciaio:
respira per me
nutre uno straccio di pensiero
e brandelli di cuore
come piccoli abbandonati
affamati.
Le loro bocche implorano
non sanno pregare.
Aspetto il vento
che cambi direzione
cerco una migrazione sicura
che non esiste
eppure la pronuncio
nella stretta di ossa piccole
pesanti e dure.

STARE COSI'

E' stare così
sul bordo
fragile e vacillante.
Sentire la forza delle onde
giù, in fondo.
Il vuoto chiama
è dentro ogni respiro
ripreso e lasciato.
E' stare così
sul bordo
piccola e stretta.
Capire la rabbia e le parole
ferirsi e perdonare
non dire
del giorno e dei miei passi
degli occhi.
Sei lì
cornice senza tela.
Ti guardo da lontano.

SI SPARA

Si spara nel silenzio del mattino
corpi feriti dalla notte
si spezza un abbraccio
la parola è muta
e giaccio in piedi
verticale, come sempre.

COME SEMPRE

di nulla vestiti gli sguardi
di nulla il sapore del dire
dei gesti formali
del vuoto su cui vacilliamo.
mia carne, ancora respiri,
poca è l'acqua rimasta in questo deserto
di dune, che avanza.
quel posto m'ammala
quello stare a guardare
gli strappi, il delirio, la fuga.

E' NULLA

è nulla ogni respiro preso
fatica del giorno che si sveglia
nulla e piego carta fino al pezzo più piccolo
non va via
non va via, e resto
macerie da sistemare
smaltire
il buco, il buio.
la porta, la vedo.
sono già partita
e resto, vivo respirando sorrido
il mio muro dietro l'ombra che sono
e, ho dentro, non ce la faccio
non ce la faccio!
fiamma spenta, senza vento, con le dita
riccio, feto, terra.

ALTRO NON SO FARE

i luoghi, le mani, i passi
in quel bosco fino alla luce
fino alle lacrime che non vedi
dentro, dietro al cuore
indurito e non so perchè.
mi affido alle parole sprecate
come fosse necessario
e cammino sullo stesso asfalto
ogni giorno, passi senza orme
su un'amalgama di sassi.
resto senza più attesa nell'assenza di te 
l'ho addosso e intorno
perchè altro non so fare.

PIU' DI COSI'

più di così non riesco a respirare
a camminare coi piedi nel cielo e la mano nella sua.
più di così mi è difficile
spostare il mio corpo dal letto alla luce del mattino
aspettare che il sole tramonti per tornare a chiudere gli occhi.
anche la notte si dà da fare
mi viene a cercare là dove le mie linee sono più lisce.
fuori sono bianca, normale e verticale
ma le mie ossa stridono ad ogni passo
non lascio orme nè riempio le stanze.
più di così non riesco a dire
ho pochi nomi da utilizzare
anche frugando nella borsa
non trovo termini appropriati
per uscire dai mie luoghi
comuni come celle di clausura.

MI PRENDE

mi prende immobile sguardo volto a nord
non muovo mano, né labbro
mentre i pensieri si fanno rapire
come foglie in mulinelli.
il nome nella gola
fiato non passa.
fuori schiaffi di pioggia
a lavare la polvere sui balconi
senza ombrelli, senza tetti, senza solchi
da seguire fino al mare degli stolti.

L'ORCO

sono quella con le rughe
coi pensieri oscuri
fanno paura come la notte
un bimbo nel sonno teme l'orco.
lo sente
arriva dal corridoio
cerca lui
la sua stanza buia.
dove più indifesa
la mia fede si spegne
forte
il pensiero è continuo
incalza fino alla forma che potrebbe prendere
un orco con la sua fame
in cerca del fanciullo che non c'è più.

CAOS

va oltre la pioggia
da nube a nembo
mi chiamo per nome
e non mi volto.
sabbia i ricordi
e paludi le giornate peggiori
di sale che non scioglie e scende
sotto il respiro, dietro le tende
nel buio che m'avvolge
oltre.
mi chiamo per nome
ancora una volta
frasi sconnesse di armonie rimosse.

PER TE (CHE LO SAI)

io dico
non scrivo poesia.
vomito parole come fossero fiele.
il corvo ormai s'è posato sui sogni
da tempo
e non posso domarlo.
cammino
in cerca dello sfinimento
ma il passo non basta
la notte si siede e poi resta.
dopo un bagno caldo
il male è lo stesso
e la bocca si spezza nel bisogno che ho
di riempirti di rose.

FIERA

insalubre, anfibia
nei tratti ferita
sguazzo e m'imbratto
respiro a fatica.
mi armo di frecce
cammino nel fango
striscio nell'erba.
con gli occhi d'un gatto
allungo l'artiglio
ferisco la preda.
all'oggi conviene
felina e fatale
ferma ferisco
infliggo il mio graffio
firmo nel sangue.