BYUNG-CHUL HAN

La produzione non si basa, attualmente, sulla repressione e sullo sfruttamento da parte di estranei, non reprime la libertà ma ne fa uso. Siamo noi stessi a sfruttarci: questo auto-sfruttamento è assai più efficace nella misura in cui si accompagna al sentimento della libertà.
Oggi viviamo nell’illusione di essere liberi, ma non lo siamo affatto: vediamo infatti come la comunicazione, che si presenta come libertà, si rovescia in controllo. Comunicazione e trasparenza producono anche una costrizione al conformismo: oggi crediamo di non essere soggetti sottomessi ma liberi, crediamo di essere un progetto che si delinea in maniera sempre nuova, che si reinventa e si ottimizza. Il problema è che questo progetto, nel quale il soggetto sottomesso si libera, si rivela esso stesso una figura della costrizione. L’io come progetto sviluppa delle costrizioni interiori, per esempio nella forma della prestazione e dell’ottimizzazione sempre maggiori. Oggi viviamo in una fase storica particolare, nella quale la stessa libertà implica costrizioni. Per Karl Marx il lavoro conduce all’alienazione: il Sé viene distrutto dal lavoro. Attraverso il lavoro si viene alienati dal mondo e da se stessi: per questo ho sostenuto che il lavoro è una de-realizzazione del Sé. Oggi il lavoro assume la forma della libertà e dell’auto-realizzazione. Sfrutto me stesso nella convinzione di realizzarmi. Il sentimento dell’alienazione, qui, non sorge; così, questo è anche il primo stadio dell’euforia da burnout. Mi butto entusiasticamente nel lavoro, fino a esserne annientato: mi realizzo morendo. Mi ottimizzo nella morte. Mi sfrutto volontariamente, fino a distruggermi. Questo auto-sfruttamento è più efficace dello sfruttamento estraneo di Marx, proprio perché procede insieme al sentimento della libertà. Il dominio neoliberale si nasconde dietro la libertà percepita: si dà, anzi, esso stesso come libertà. Il dominio raggiunge la forma più stabile laddove coincide con la libertà. L’odierna società non è la società della repressione, anche se la fine della repressione non implica la libertà. Oggigiorno, piuttosto, noi siamo depressi: la società della repressione cede il passo alla società della depressione.

FRAMMENTI DI LETTURA

Credere che ci sia da una parte la ragione e dall'altra l’emozione (che le immagini provocherebbero) è una svista. La cosiddetta ragione è il modo di cercare di universalizzare la nostra emozione.

FRAMMENTI DI UN DISCORSO AMOROSO

Alberi piegati piantati 
reggono il peso delle attese
restano 
fedeli a radici nascoste
tengono la terra in pugno
strappano erbacce
non temono vento
lo cercano
respirano.

VITA COMPLICATA

Risultati immagini per figure ambigue percezioneTutto qui, dietro angoli smussati
Scale scese dove sfugge la luce
Giù, in basso ad ascoltare i pensieri
Quando riesci
E torni a galla cercando respiro
Annusi l’aria
Forse un istinto nelle braccia
Nei piedi che cercano fondo
Ricordano che cammini

Che devi camminare.

AMPIO SPETTRO

Risultati immagini per telescopioThomas Macho ( Vienna,2 Luglio 1952  ) è uno scienziato culturale 
filosofo. I suoi interessi di ricerca riguardano la storia 
del periodo e la cronologia, la storia culturale dei rapporti uomo-
animale, la morte e la morte culti, la religione in età moderna, la 
storia di rituali, estetica del mostruoso, scienza e fantascienza. Egli 
scrive anche saggi regolari e recensioni per la Neue Zürcher 
Zeitung, il tempo e l'altro di stampa dei media. Collabora con 
il Forum Austriaco di Cultura insieme a Berlino.

Riporto dal sito doppiozero un articolo che trovo molto stimolante, uno strumento per una visione ad ampio spettro sul mondo: 

Thomas Macho. O Della Scienza della cultura di Antonio Lucci.


....Il suo ultimo progetto di grande respiro è stato un libro su temi economici, dal titolo Bonds. Schuld, Schulden und andere Verbindlichkeiten [Bonds. Colpa, debiti e altre obbligazioni], del 2014, dove veniva presentata una lunga serie di prospettive e discussioni su differenti aspetti dell’“ordinamento economico della contemporaneità”. Ci potrebbe chiarire l’idea alla base del libro? Come può contribuire la prospettiva della scienza della cultura al chiarimento della situazione economica contemporanea?
Il libro è il risultato di una conferenza del dicembre 2012, in cui si doveva guardare alla crisi finanziaria, e alle sue conseguenze, dal maggior numero possibile di punti di vista differenti, non necessariamente economici. Perciò furono invitati non solo economisti, ma anche filosofi, etnologi, storici, sociologi, psicologi, giornalisti e artisti. Il mio contributo cominciava chiedendo a chi possiamo essere debitori, in quanto gli apparteniamo e siamo di sua proprietà: agli antenati e alla famiglia, a un dio e a una chiesa, allo stato, a una banca o a noi stessi. Ero stato ispirato da una critica ai sistemi di relazione della genealogia e dall’abbozzo di un’economia esistenziale, che rispettasse al contempo le regole della “migrazione verticale” – attraverso la nascita e la morte –: non è un caso se tutti i documenti di viaggio noti segnano il luogo e il punto nel tempo del passaggio attraverso cui siamo venuti al mondo, per poi, di nuovo, lasciarlo. Dal concetto di un’economia esistenziale si possono dedurre due esigenze: l’esigenza di una critica fondamentale all’idea di eredità (come recentemente l’ha formulata anche Thomas Piketty) e l’esigenza dell’introduzione di un reddito di cittadinanza come “denaro di benvenuto” che reagisca al fatto che nessuno ha scelto volontariamente di venire a questo mondo. Fa parte dei fondamenti delle costituzioni civili che tutti noi siamo nati liberi e uguali, detto enfaticamente: nudi, proprio come moriremo. Dobbiamo così riflettere sul perché alcuni bambini vengono al mondo con un conto in banca strapieno e altri già in povertà e miseria, con la possibilità di avere debiti che dovranno risarcire per tutta la vita. Ho cercato di analizzare questi temi in un saggio più lungo dal titolo Das Leben ist ungerecht [La vita è ingiusta].

Lei ha lavorato molto anche sulla cultura, sull’arte e sulla filosofia italiana: da Pier Paolo Pasolini alla cosiddetta “Italian Theory”, la filosofia italiana contemporanea. Crede che oggi si possa parlare di una “scienza della cultura italiana”? A quali autori e aspetti della cultura italiana si sta interessando, in questo periodo?
Una scienza della cultura italiana c’è già da molto tempo, anche se forse non è stata contrassegnata in questo modo. Nel suo computo possono essere annoverati autori come Paolo Mantegazza, Camillo Sante de Sanctis, Ernesto de Martino, Pier Paolo Pasolini, Carlo Ginzburg, per fare solo pochi nomi. Credo anche che i dibattiti sull’“Italian Theory” supporteranno lo sviluppo di nuove forme di scienza della cultura in Italia, soprattutto se il confronto con diversi concetti di vita e forme di espressione della biopolitica – siano essi nel senso di Giorgio Agamben o di Roberto Esposito – potrà essere approfondito come critica all’ordinamento dei sistemi genealogici. Non a caso mi sono permesso di associare le forme attuali di trattamento del debito con alcuni passaggi dal romanzo di Mario Puzo The Godfather [Il padrino]: “I’ll make him an offer he can’t refuse” [Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare]...


NORMALE O PATOLOGICO?

E' sempre sembrato prioritario occuparsi degli stati patologici, secondo una logica scientifica che, se ha dato buoni frutti nel passato, oggi mostra in modo penosamente grossolano i suoi limiti e i suoi difetti.
Il tentativo, operato principalmente attraverso la psichiatria, di definire ciò che è normale e ciò che è patologico, ha finito per trasformarsi in un'operazione tragicamente riduttiva dello spazio mentale interno. Il "normale" non è riferito a dati "scientifici" ma a valutazioni culturali, sociali e molto spesso utilitaristiche.
La situazione attuale risulta in tutta la sua chiarezza se si paragonano tra loro la ricchezza di vita mentale di un abitante della foresta e quella di un moderno abitatore di una grande città: là l'ambiente è ricco di stimoli e di imprevisti, qui è ripetitivo e monotono; là l'uomo può esplorare e misurarsi, qui è costretto a giocare un'unica partita le cui carte sono decise da altri. Là il pensiero è brado, infrenabile, spontaneo, qui è ingabbiato, prevedibile. Oggi questo meccanismo riduzionistico ci ha preso la mano e l'ordine è diventato prigione, le convenzioni sono diventate convinzioni, le regole sono divenute preconcetti, ciò che solo è descritto è reale, confondendo questo immaginario col reale: il normale è diventato estremamente ristretto.
La reazione alla repressione della libertà psichica e mentale è l'aumento dei disturbi psichiatrici, oppure è la corsa al magico e al paranormale, oppure sono le tossicomanie che, tra altre valenze, esprimono anche il bisogno di evasione mentale, il piacere di esplorare dimensioni interne più ricche, la necessità di concedere spazio al groppo interno di stimoli, pulsioni, desideri e animalità, maltrattato e represso nell'esasperante teatro del quotidiano.
La libertà psichica non è perseguita manifestamente ma, piuttosto, viene limitata dall'uniformità e povertà del progetto vitale: lavorare e produrre, consumare e accumulare oggetti, arricchirsi per godere oggetti più numerosi, più grandi e più lussuosi.
Altrettanto si potrebbe dire per le restrizioni di altre libertà, da quella sessuale a quella del tempo libero: ambedue sono pause pianificate nei tempi produttivi.
Lo spegnimento del ruolo sociale delle religioni non ha cancellato la religiosità e neppure il bisogno di trascendenza, lasciando così un vuoto spirituale che può, oggi, essere riempito da una miriade di culti, credenze, pseudoreligioni e sistemi di fede, attraverso i quali viene veicolato di tutto.
E' attraverso questi fermenti e questi malcontenti che nasce la necessità di ri-appropriarsi della propria mente, di riformulare i concetti di normale  e patologico, di cartografare lo spazio interiore e di pretendere dalle scienze che si occupano della psiche un allargamento dei concetti di mente, cervello e uomo.

(Gli stati modificati della coscienza - Marco Margnelli)

FORO INTERNO


Ho un gusto per il segreto, che ha chiaramente a che fare con la non-appartenenza; ho un moto di timore o terrore dinanzi a uno spazio politico, per esempio, a uno spazio pubblico, che non dia spazio al segreto. Per me, esigere che si metta tutto in piazza e che non vi sia un foro interno è già il farsi totalitaria della democrazia. Posso trasformare quanto ho detto in etica politica: se non si mantiene il diritto al segreto si entra in uno spazio totalitario.
(Derrida)

Trasparenza” si compone delle parole latine trans e parereParere significa originariamente: apparire o divenire visibile al comando di qualcuno. Chi “parisce” è visibile, ubbidisce senza contraddire. Già nella sua origine etimologica, la parola “trasparenza” aderisce a qualcosa di violento. Corrispondentemente essa viene oggi assunta a servizio come strumento di controllo e sorveglianza.

Il sogno della metafisica, da cui siamo partiti, precipita così nel calcolo cibernetico: scienza del controllo e delle informazioni, dove “vedere il mondo intero e impartire degli ordini al mondo intero è quasi lo stesso che essere dappertutto”, e le incertezze, le interruzioni nel flusso informativo, i conflitti e ogni soggettiva resistenza umana devono essere ridotti allo zero. Potrebbe essere questione di poco. 

MOBILITA'


Risultati immagini per BUSINESSSono certo che continuerete proficuamente. Del resto, si sa, tutti sono importanti, ma nessuno è indispensabile.
Lascio a voi la scrivania, la sedia… il piedistallo è vostro! Mai ho pensato di poterlo raggiungere; perché spetta a chi porta lo scettro, non a chi tiene lo strascico.

E già sento la vostra mancanza, pensando che non mi sentirò più dire “chi è” – “perché” – “cosa vuole?” o non godrò più della delizia di sentirvi rispondere al posto mio, addirittura anche quando sono al telefono. Tanto acume mi mancherà! So che chi lascio è in buone mani. Saprete sempre indicargli la giusta via, come un buon padre ai propri figli. Ché è così che essi si rivolgono a voi, si affidano a voi, abbandonano vie sbagliate per seguirvi, o esseri illuminati!
Tutta una vita
Sei ghiaccio che si scioglie
Non sei ghiaccio
Sei l'acqua e ti guardo
Mentre mi asseti
Non disseti, altro arde
Fuoco che brucia
Ossigeno e tu, inerme,
Subisci
come me.
Anime impure
Anime grandi,
Anime sole
Anime....
Cercano
Ossigeno
Soffocano
Disegnano
profili indefiniti
Si perdono
Sperano.

MAGMA

Magma sotto i piedi, su cui mi muovo, scivolo, cerco equilibrio. Sorrisi, facce, risa. Rumori. E’ sera, mi siedo, poi mi alzo, cerco. Fame di parole, intesa, appartenenza, accoglienza.

Magma il terreno su cui muovo passi, salite e sudore. Caldo, fatica. Fatico e respiro. Fatica minore: respirare. Motivo per scavare, svegliarsi, cercare. Andare avanti. Pasta di sale, corpi distesi al sole. Mare, guardato appena, annusato sulla riva, mentre il sole scende oltre l’orizzonte e sprofonda.
Qui
Seduta
Meglio dire ammucchiata
Dispersa
Nel liquido dell'ora
poesia non so dare
poesia mi ritorna.
Non so dove sono
Son parole confuse
Bisogno d'affetto
Non sono migliore
Migliore di me 
illusa
Che tutto perdoni, doni
E guardo
Oltre il confine
Il tramonto
il mondo
La carezza che mi dono
Finché ne son capace.


BIANCO

Risultati immagini per cima innevataRaggiunta la vetta, respiro aria fresca e contemplo la bellezza in un silenzio senza tempo. 
Lungo la salita la fatica ha lasciato spazio all'entusiasmo della riscoperta, al sentire ogni muscolo del corpo, pronto e forte.
Passi incerti prima, decisi poi. Meta ancora non chiara; poi, tutto più chiaro. Non è importante dove andare, ma andare. Nel percorso ho dialogato con tutte le me stessa che riuscivo ad immaginare, dando loro spazio e voce. Camminavamo insieme: c'era spazio per ognuna di loro.
Ora che la salita sembra essere finita, credo sia il tempo di scendere, senza più bastone o altro supporto.
E se avessi le ali - o anche la mezza che mi spunta per la grazia della visione - spiccherei il volo, come un grande uccello bianco che si confonde col bianco delle cime.

I NOMI

Risultati immagini per DANZAFigli miei
chi ci ha deposto qui 
perché ci amassimo e ferissimo.
Voi vi chiamate
ed io chiamo voi come vi chiamai.
Non siamo solo nomi e carne e suono
siamo polvere che ama e resta 
nel tempo d'un respiro.
Allora non c'è uno, ne' due
perché e' danza questa luce che pulsa.

SULL'EDUCARE

Sospinti da interessi o ideologie, siamo indotti a credenze semplificartici e binarie, a distinzioni rigide che scavalcano la complessità del reale.
La formazione, in generale, dovrebbe prevedere un insegnamento dedicato alla “conoscenza della conoscenza”, compito a cui devono contribuire, insieme alla filosofia, la psicologia e le scienze cognitive, la letteratura e la storia. Ogni conoscenza è traduzione/tradimento, costruzione e non riproduzione della realtà; siamo destinati a interpretare di continuo, il che ci condanna in modo pressoché inevitabile all'errore e all'illusione. Bisogna fare, però, gli errori “giusti”, quelli che inducono a cercare le ragioni delle difficoltà, a cogliere relazioni inattese, indizi che svelano quel che restava nascosto.
“Credo che la cultura sia il presentimento di quello che non si sa” (Giuseppe Pontiggia).
Le nostre strategie possono condurre a esiti opposti alle nostre previsioni, siamo sempre più inermi ad affrontare la “civiltà del rischio” e le disavventure dell’esistenza. Forse, potremmo cominciare a ricordare che il pensiero a cui affidarci è sagacia, intuizione, elasticità mentale, pronta a confrontarsi con gli incerti del mondo.
Viviamo in un sistema complesso che è un intreccio di relazioni, dove le cose comunicano fra loro e con l’ambiente, dove l’osservatore stesso è integrato nel sistema che osserva; cause minime possono allora produrre effetti catastrofici.
Per cogliere il complesso intrico che caratterizza i problemi del nostro tempo occorre che ogni pedagogia assuma per base il grande racconto. Solo su questo sfondo la storia umana si illumina, si svela l’unità antropologica nelle sue diversità individuali e culturali. Diventa così possibile comprendere che l’umanità intera partecipa a una comunità di destino, grazie ad una formazione che consenta di collegare la biologia e la fisica, la cosmologia e la cultura umanistica e, più in generale, di cogliere legami e connessioni, al di là della pratica disgiuntiva e separatrice del sapere classico. 
Un sistema complesso funziona al modo di un ologramma, come una parte riproduce il tutto: la mondializzazione è all'interno di ciascuno di noi e noi portiamo tracce del percorso dell’intera umanità.
C'è bisogno di un’etica della comprensione umana. Oggi, il grande male è l’incomprensione, non solo fra stranieri, ma anche tra membri di una stessa società, di una stessa famiglia. Al cuore dell’educazione va posta l’acquisizione di competenze esistenziali e non solo di quelle professionali richieste dal dominio della tecno-economia.
La comprensione richiede di apprendere testo e contesto, caso locale e situazione globale; chiede ancor più di comprendere l’incomprensione, cioè le modalità psico-sociali dell’esclusione e del rifiuto del diverso.
La “comprensione umana”è il luogo in cui prendere coscienza dei condizionamenti subiti, degli imprinting che hanno marchiato la nostra infanzia e la nostra adolescenza; connette i saperi all'esigenza del ben vivere e di una vita buona. Si tratta di sviluppare le proprie attitudini, trasformando le conoscenza acquisite in sapienza, in arte di vivere.
Vivere è il mestiere che occorre insegnare. La virtù specifica dell'educatore è la benevolenza, quella che non deve mancare in chi dispone di autorità, una virtù che non si impone ma si diffonde, mediante un clima partecipe ed erotizzato.
Essere educatori in una società senza padri e senza maestri, significa fare del sapere un oggetto del desiderio, promuovere curiosità così da mettere in moto la vita e allargarne l’orizzonte.
Il rapporto fra educatore ed educato deve tenere conto dei saperi diffusi lungo la Rete, che rendono talvolta l’allievo più competente del maestro.


RICORDI

Fotografie sparse o raccolte con cura in un album: cartoline da luoghi che non hanno nulla a che fare con lo spazio cartesiano. 
Collezionare ricordi, sentire l'odore della carta, della colla, delle dita appiccicose, della mano forte che mi tiene, di quel momento e dell'atmosfera che rimanda.
Viaggio nel tempo.
Sono i ricordi i gioielli più preziosi: le parole dette, gli abbracci dati, le risate o le lacrime, il calore d'uno sguardo. 
Posso lasciare tutto, ma non i ricordi. 
Quella me che so, di certo, che ha vissuto.

RIFLESSI DI MAGGIO




Abito le cose, le case
sussurro un nome, il paese
da dove le voci e parole
nel fondo del suono, ammiro
il sole che scende e le fronde
piano carezzano il fiume
l'acqua e i riflessi di maggio.


TERMINALI



Qualcosa mi ricordo della tua malattia, e mi sovviene un pensiero.

Il tempo dell'attesa non lo misuri in ore, perchè ogni volta che lo fai si dilata, prende la forma di ciò che senti; si contrae, prende la forma di muscoli irrigiditi.
E allora non si può dire un minuto, un'ora, un anno. Viene da dire solo lungo, interminabile.
Viene da dire che non vedi l'ora che finisca, perchè il dolore che provi è troppo. E non hai paura che finisca, perchè la paura è un'emozione della sopravvivenza, atavica ed efficace.
Ma tu sei in attesa della pace, d'un qualcosa che ti restituisca all'umano, d'un qualcosa che tanto si teme e poi si finisce per bramare.
Si chiama fine.


IL PIACERE DI SCRIVERE


Nell’atto dello scrivere si situa il dialogo con me stessa, un luogo anche fisico, dove costruisco un mio tempo ed un mio tavolo da lavoro.
Ho bisogno di capovolgere il vecchio mito che continua a presentare il linguaggio come lo strumento di un pensiero, di un’interiorità, di una passione o non so cos’altro, e la scrittura, di conseguenza, come una semplice pratica strumentale.
La via da seguire è quella di capire che, gesti sentiti da noi molto laici e futili, come la scrittura, sono in realtà pesantemente caricati di senso. Pertanto mi sforzo di individuare ‘regole’ o ‘protocolli’ di lavoro, che predeterminano quello che vado a costruire.
È importante distinguere le diverse coordinate: tempo di lavoro, specie di lavoro e gesto in sé della scrittura. L’etimologia di protocollo è chiara: significa il primo foglio che si incolla preliminarmente all’opera.

La Scrittura è fatta di gesti e organizzazione degli spazi:
- Rapporto con gli strumenti: penna a sfera, fogli a righe, rilegatura con anelli (che dà fluidità al gesto di girare i fogli e maggiore fisicità nel tenere il quaderno fra le mani)
- Due stadi nel processo di creazione: il primo è il momento in cui il desiderio investe la pulsione grafica; il secondo è Il momento critico. Prima scrivo tutto l’intero testo a penna, poi lo riprendo da capo a fondo, attraverso la scrittura con tastiera.
- Organizzazione dello spazio di lavoro e individuazione dello spazio laborioso abituale.
Il luogo in cui produco (tutti i giorni dalle 06.40 alle 07.00); questo tempo regolare, che fa da funzionario della scrittura, mi va meglio del tempo aleatorio che presuppone uno stato di continua eccitazione. Si situa nel divano del mio salotto, con la luce del mattino alle spalle che illumina il foglio (quaderno a righe con rilegatura ad anelli). Si completa con un luogo di musica (ogni domenica mattina dalle 08.00 alle 09.30/10.00 vado a camminare, ascoltando musica di ogni tipo).
Esistono anche microluoghi funzionali, fatti di brevi spazi ricavati random durante la giornata,  dove faccio letture avide alla ricerca di nuovi punti vista illuminanti, letture in cui l’eccitazione scaturisce dal contatto immediato e fenomenologico con il testo. La gestione avviene per schede. Mi accontento di leggere il testo in questione, e in maniera abbastanza feticistica: annotando certi passi, certi momenti, meglio certe parole che hanno il potere di esaltarmi. Via via copio e incollo sulle mie schede sia delle citazioni, sia delle idee mie, e questo, curiosamente, già in un ritmo di frase, in maniera che, sin da questo momento, le cose prendono già un’esistenza di scrittura.
Dopodiché, una seconda lettura non è indispensabile. Immersa in una sorta di stato maniacale, so che tutto quello che leggerò, lo ricondurrò inevitabilmente al mio lavoro.
Le letture avvengono generalmente quando so di non essere disturbata o quando so di riuscire ad isolarmi dal resto, sul divano o sul balcone di casa – a seconda della stagione – o in altri luoghi.
Il mio intento è togliermi dall’angoscia del lettore, e rinforzare la parte critica, facendo vacillare la nozione stessa di ‘soggetto’ di uno scritto. Ma attenzione: se, sempre più, tendo a produrre i miei testi a frammenti, non per questo ho rinunciato a ogni costruzione. Quando si sostituisce il caso alla logica, bisogna vigilare perché questo, a sua volta, non diventi meccanico. Personalmente procedo secondo un metodo che chiamerei  ‘l’accidente controllato’. Il caso interviene solo attraverso un primo gesto di costruzione, che consiste nel dare un titolo a ogni frammento e ad evidenziare i punti salienti del discorso.
Le due operazioni di scrittura che mi procurano il piacere più acuto sono, primo, iniziare, secondo, continuare:  ho optato (provvisoriamente) a favore della scrittura discontinua proprio per moltiplicare a me stessa questo piacere.
Perché opporsi all'ansia? Siamo equilibristi, camminiamo su un filo sottile. Non siamo così come ci hanno "formati". La percezione del se' e' differente dall'idea di se'. Siamo bravi, umani e infiniti.
Una poetessa che amo ha scritto cose vere sull'umano ( vero é un aggettivo BELLISSIMO).

Noi tutti non siamo solo
terrestri. Lo si vede da come
fa il nido la ghiandaia
da come il ragno tesse il suo teorema
da come tu sei triste
e non sai perché. Noi
nati, noi forse ritornanti,
portiamo una mancanza
e ogni voce ha dentro una voce
sepolta, un lamentoso calco di suono
che un po' si duole anche quando
canta. Te lo dico io
che ascolto
il tonfo della pigna e della ghianda
le lezioni del vento
e il lamento della tua pena
col suo respiro ammucchiato sul cuscino
un canto incatenato che non esce.

Ascoltare anche ciò che manca.
L'intesa fra tutto ciò che tace.

Adesso, già, mi sento più leggera e grata. Mi sento tutto e la rabbia e' un sentimento che non mi appartiene. L'ansia è una difesa che mi fa umana.

LOBELIA

Risultati immagini per LobeliaNon conosco il dire, il fare
di gesti e occhi nella fessura del viso
l’evitare e le distanze
prese, nello stare al di là
oltre ed io
qui, seduta, immobile
materia fredda
peso senza peso, vacillo
sul bordo, insicura, m’aggrappo
domando e sono
essere, il cuore stringe,
ventre fuso confonde.

APPUNTAMENTO CON L'ARTISTA

La via dell'artista è un libro che ho scoperto navigando e che subito mi è sembrato molto interessante ed utile alla mia situazione di naufraga.
Fra  i vari esercizi proposti, ce n'è uno che è una costante: l'appuntamento con l'artista.
Ho iniziato tardi a rispettarlo appieno; inizialmente mi dedicavo solo ad esercizi di volo: camminare a passo sostenuto a suon di musica, guardare un film appositamente scelto e immaginare. 
Col tempo, poi, ho iniziato a rispettarlo più seriamente.

Primo appuntamento: 
Certosa di Pavia


Secondo appuntamento: 
Castello Sforzesco a Milano


Terzo appuntamento: 
Mostra di Palma il Vecchio, Accademia Carrara a Bergamo


L'appuntamento con l'artista è l'appuntamento col bambino che è in me, di cui voglio aver cura ed ascoltare, perchè una cosa che sanno fare molto bene i bambini è "inventare le cose". 
Ed io ho bisogno di inventarmi ogni giorno.


C'ERA UNA VOLTA

Risultati immagini per ANIMALE CHE RACCONTA

Più di cent’anni fa Lev Tolstoj sosteneva che la narrazione è un’infezione, che le storie ci infettano con le loro speranze e loro paure e che più una storia è bella, più è grave l’infezione. Esattamente dopo 186 anni dalla sua nascita, le neuroscienze sono in grado di chiarire il ruolo che i racconti svolgono sulla mente umana e all’interno delle società. Grazie alla loro estrema versatilità, l’uomo (solo animale capace di emozionarsi di fronte a informazioni slegate dal “qui ed ora”) ha l’occasione di accrescere le proprie competenze sociali, prefigurare le conseguenze di eventi senza correre rischi, vivere più vite allo stesso tempo accumulando esperienze. Sono, in sostanza, simulatori di volo, modelli di realtà semplificati. Ed è giusto l’intensità delle emozioni a facilitare il cervello, ascoltatore attivo, nell’apprendere, rinsaldando le nozioni a più alto contenuto emotivo. Per giunta loro, le storie, soddisfano ancora l’antica funzione di collante socio-culturale, recitano la parte di forza coesiva nella partita giocata contro il caos e la morte. Ragion per cui gli uomini privilegeranno sempre l’irrazionalità dei miti e delle religioni: non possono rassegnarsi all’inspiegabile. Quindi, perché funzioni, un racconto deve: farci cadere in una trance sognante, perdere ogni traccia di noi stessi in una landa del tutto immaginata; necessariamente basarsi (come già aveva assodato il linguista russo V. J. Propp) su conflitti e il loro superamento finale, d’altronde hell is story-friendly; essere un cerchio, e un cerchio è un cerchio, può agire soltanto all’interno di ristretti perimetri di possibilità tramandati da generazioni di narratori; infine, essere morale perché, per catturarne l’attenzione e influenzare il cervello, esso non può essere contagiato da una momentanea sensazione di ripugnanza.



E se addirittura la politica e la psicoterapia si possono definire narrazione, che dire della memoria, dell’universo dei nostri ricordi? «È una forma di narrazione che esploro nel mio libro, e che spesso può essere viziata. Tutti – afferma l’autore – abbiamo piccole storie di vita personali o familiari, tutti possediamo il senso di chi siamo, di come siamo arrivati ​​fin qui e quali sono state le nostre esperienze formative. Quella storia di vita che raccontiamo agli altri e ci raccontiamo su noi stessi si basa sui ricordi. Il problema è che una volta che s’inizia a scavare nella profondità di questi ricordi, si scopre che sono sostanzialmente romanzati. Infatti mi piace pensare alla memoria come a una di quelle pellicole cinematografiche all’inizio delle quali viene proiettato l’avviso “This movie was based on a true story”».  Tuttavia va precisato che le reminiscenze possono anche avere la funzione positiva di sviluppare l’ego inserendo la nostra minima vita nel raggio di una storia più ampia e coerente. Ne è perfetto esempio lo stesso Gottschall, il quale, al termine della lezione in Sormani, riferisce che una volta, in un paese molto molto lontano del Texas, suo padre, il padre di suo padre e il padre del padre di suo padre dovettero lottare con le unghie e con i denti per resistere alla violenza fisico-psicologica di una società in cui avere una faccia che grida al mondo “sono ebreo” poteva procurare non pochi guai. «Per questo motivo mio padre mi diceva sempre di non spifferare ai quattro venti che sono ebreo. Oggi, però, la sua storia e quella di mio nonno e del mio bisnonno mi rendono più forte. Dal momento che furono coraggiosi e lottarono per la loro sopravvivenza, anch’io, che faccio parte di questo tutto, sono un po’ coraggioso».

Tratto da:"SIAMO L’ANIMALE CHE RACCONTA STORIE": JONATHAN GOTTSCHALL A CONFRONTO CON PESACH - di:  Stefania Ilaria Milani

LA STORIA E' PIU' GRANDE DI NOI

La storia è più grande di noi, anche quando tendiamo a ricondurla al nostro quotidiano.
Dalla lettura d'un libro che dallo scaffale mi chiamava, mi chiedeva d'essere preso, anche se nascosto tra altri, in disparte, sono nate parole di rabbia verso tratti umani ignobili che hanno pervaso e pervadono la storia italiana.
Ma la rabbia merita un piccolo spazio. Va provata e messa da parte: a sè stante.
Rimane il senso di gratitudine verso tutti coloro che hanno vissuto e vivono "nonostante tutto", grandi esempi cui voglio guardare e ricordare.

Ecco il libro.

IL CERCA- CONSENSI

Il cerca-consensi e' una specie che non conoscerà mai l'estinzione: è un ragno che laboriosamente tesse trame fini a se stesse, piccoli labirinti che conducono sempre alla celebrazione momentanea della sua esistenza. È un piccolo insetto, generalmente parassita, che sceglie prede che non gli daranno mai quello di cui ha veramente bisogno, ma solo quello di cui necessita per sopravvivere alla giornata. Persona fragile, vestita di sorrisi altrui, vive delle piccole debolezze dell'essere, generalmente trova terreno fertile in chi ha bisogno d'una lisciata (o leccata di c...o, per parlare come si mangia). Soddisfatto, ma in fondo profondamente frustrato, se ne torna "ai piani disotto", gonfio della soddisfazione di correre senza sapere non tanto dove andare, ma di correre: povera palla, rotoli solo perché ti fai spingere...

ORFEO E EURIDICE

Risultati immagini per orfeo e euridice canovaAveva lo sguardo fisso. Lo sguardo di chi è sceso all’ inferno con la scusa di salvare qualcun altro, ma alla fine intraprende il viaggio per ritrovar se stesso.
Il mito di Orfeo e Euridice sollecita la riflessione su capitali questioni filosofiche e perciò si pone alla base della cultura occidentale, in connessione al problema del limite escatologico, del rapporto fra amore e morte, dell’inesorabilità del destino.
Orfeo, il primo dei poeti, scende per amore nel regno dei morti: con lui nasce il topos del nesso tra amore, morte, poesia. Amore e morte sono i poli della contraddizione perenne della vita umana, fin dalla nascita, quando, neonato, l’uomo oscilla tra due forze: quella che spinge a tornare nel buio del ventre materno (buio in greco è orphé, radice del nome di Orfeo) e quella che attrae verso il mondo, luminoso e sconosciuto. Né l’una né l’altra forza sono la vita: lo è solo la tensione fra le due. A tentare di sanare il dissidio tra ombra e luce, tra discesa e ascesa, tra finito e infinito, insorge nell’uomo ciò che gli antichi chiamavano poiesis, dal verbo poiéo, creare. La traduzione «poesia» è limitativa, perché non si tratta di una creatività solo letteraria, ma di qualsiasi forma di creazione che vuole esprimere e alleviare la lacerazione della nostra anima, preda di due forze in conflitto (la dionisiaca e l’apollinea, si potrebbe dire) dando un’interpretazione del doloroso mistero in cui viviamo e superando in qualche modo il limite intrinseco dell’uomo.
Perché Orfeo si volta?
Pur avendo avuto una concessione così straordinaria ed essendo ormai sul punto di vedere coronato dal successo uno sforzo che lo ha condotto ai limiti dell’umano, Orfeo si volta e viola così il patto stabilito. Perché? Che cosa lo induce a quello che può apparire appunto solo un gesto di insania? Non si può chiedere ragione di ciò che alla ragione si sottrae.
Orfeo: Tu dici che sei come un uomo. Sappi dunque che un uomo non sa che farsi della morte. L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefòne nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla.
Bacca: Il dolore ti ha stravolto, Orfeo. Chi non rivorrebbe il passato? Euridice era quasi rinata.
Orfeo: Per poi morire un’altra volta, Bacca. Per portarsi nel sangue l’orrore dell’Ade e tremare con me giorno e notte. Tu non sai cos’è il nulla.
Bacca: E così tu che cantando avevi riavuto il passato, l’hai respinto e distrutto. No, non ci posso credere.
Orfeo: Capiscimi, Bacca. Fu un vero passato soltanto nel canto. L’Ade vide se stesso soltanto ascoltandomi. Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume….
…Bacca: Dici cose cattive… Dunque hai perso la luce anche tu?
Orfeo: Ero quasi perduto, e cantavo. Comprendendo ho trovato me stesso.
Bacca: Vale la pena di trovarsi in questo modo? C’è una strada più semplice d’ignoranza e di gioia. Il dio è come un signore tra la vita e la morte. Ci si abbandona alla sua ebbrezza, si dilania o si vien dilaniate. Si rinasce ogni volta, e ci si sveglia come te nel giorno.

Orfeo: Non parlare di giorno, di risveglio. Pochi uomini sanno. Nessuna donna come te, sa cosa sia.